Tra Blues Americano e grande canzone d'autore: il nuovo disco di Adriano Tarullo

Tradizione abruzzese, tanta bella musica italiana e tracce sottili di blues americano in questo lavoro di inediti del cantautore abruzzese

| di Piero Vittoria
| Categoria: Varie
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"Anche io voglio la mia auto blues", canzone d'autore italiana, vecchio blues americano ma anche storia e ricerca delle antiche origine del popolo d'Abruzzo.

Ecco il nuovo capitolo d'autore firmato Adriano Tarullo. Torna in scena il cantautore abruzzese con un lavoro di inediti dal titolo "Anche io voglio la mia auto Blues" ricco di storia, di ricerca, di bella musica italiana ma anche ti tracce sottili di quel blues americano che tanto caratterizza il sound dell'artista di Scanno (Pe).

Tante collaborazioni, tante firme importanti della scena musicale del nostro territorio, l'italiano come lingua principale senza disdegnare il cantato in dialetto in alcuni brani.
E non solo musica: c'è tanta di quella storia che racconta un passato fatto di tradizioni del popolo abruzzese e della loro musica. Tarullo infatti ripropone due brani storici della cultura Abruzzese riportando alla "luce" le registrazioni originali di canti ripresi negli anni '70 da pastori e contadini e li usa a corredo di sue personali arrangiamenti pur mantenendo fedele le linee melodiche e testuali.
In rotazione attualmente il video del singolo "Avere o Essere? Felice Appagamento" e l'interessante documentario intervista dal titolo "L'Abruzzo dietro le quinte".

Questa la nostra intervista per Chieti Notizie.

-Scanno e l'Abruzzo. Tutto questo in un disco. L'amore per la terra e per le origini dietro ogni nota. Oltre i confini regionali come pensi che venga recepito il tuo disco?

“Ė vero ci sono tre canzoni abruzzesi e in altre sono contenuti versi ibridi, un po’ in italiano con qualche parola dialettale, ma c’è anche dell’altro. Ci sono canzoni scritte in italiano perché sento la necessità di essere capito oltre i confini regionali, soprattutto in quei brani dove ho l’esigenza di trasmettere idee che non hanno necessariamente riferimenti con la terra in cui vivo. Per quanto riguarda il mio attaccamento alla terra, spero sia recepito come simbolo di genuinità, di una passione che possa essere adottata da qualunque altro cittadino di qualsiasi altro popolo”.

- Il dialetto è un elemento culturale che sta scomparendo. È questa la chiave di lettura che ti ha spinto invece a proporlo in alcuni brani?

“Più che il dialetto, sono i canti dialettali che sono scomparsi. In questo momento di continua omologazione è opportuno rielaborare quello che ci appartiene per non dimenticare quello che siamo stati. Il dialetto più che altro si “italianizza”. Spesso parliamo una lingua mista, in cui incrociamo frasi sia in italiano che in vernacolo, quindi non ho fatto altro che adoperare le parole come quando parlo quotidianamente. A volte per esprimere dei concetti sono più portato a utilizzare l’italiano, quello che abbiamo studiato nelle scuole e che sentiamo nei media. In altre occasioni alcuni termini dialettali sono più incisivi e riescono a racchiudere intere frasi”.

- Scanno piena di neve. Il brano che la racconta è davvero suggestiva. Cosa si prova a vivere in centri così "difficili" rispetto alle comodità di una città? Quanto fa bene all'arte e quanto la penalizza?

“Dipende dal punto di vista con cui puoi vedere le cose. Potrei rivolgerti la stessa domanda dicendoti “Cosa si prova a vivere in centri così "difficili" rispetto alle comodità di un paese?”. Per quello che mi riguarda ne ho sicuramente un giovamento dal punto di vista dell’ispirazione, anche se la città offre altrettanti spunti per scrutare il modus vivendi di molteplici persone. Ė chiaro che le composizioni, ma anche la tua essenza, sono influenzate dal luogo in cui vivi. Molto probabilmente, se vivessi in una metropoli, porterei sempre una chitarra in auto per accompagnare le lunghe file del traffico cittadino. D’altro canto quello che davvero manca in un centro montano è la possibilità di relazionarsi con più musicisti e con chi si occupa di cultura in genere. Anche la poca possibilità di potersi esibire in più contesti.  Non è cosa da poco conto”.

- Pensi che la semplicità del nostro vivere sia una ricchezza o una limitazione?

“Dovrei capire che cosa intendi per semplice o complesso. Io personalmente non riesco a vivere lasciando passare il tempo, devo necessariamente occuparlo in qualche modo. Allo stesso modo mi piace considerare alcune cose semplici e rituali parte integrante della mia vita. Una passeggiata, una chiacchierata in una piazza sono cose che abitualmente faccio. Nella vita è importante l’equilibro, bisogna saper condire il piatto con le giuste dosi”.

- La più grande soddisfazione e il più grande ostacolo per far nascere questo disco?

“La grande soddisfazione è avere la possibilità di poter essere stato autonomo. Scrivere, comporre, arrangiare, registrare, suonare e cantare sono operazioni che riesco a portare avanti per concludere un progetto. Ciò nonostante, l’altra bella soddisfazione è stata la possibilità di collaborare con altri musicisti che hanno saputo arricchire con la loro arte ogni brano dove sono intervenuti. Solitamente non ho ben definito cosa voglio ottenere fino a quando non sento il tutto e quindi lascio ampia scelta a chi suona in una registrazione. Non ho trovato grandi ostacoli, se non per il tempo di realizzazione dell’intero disco, che si è moltiplicato proprio a causa della ricerca e della risposta, a volte mancata, di partecipazioni da parte di altri musicisti”.


 

Piero Vittoria

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